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DIAGNOSI DI PATOLOGIA TUMORALE E RESPONSABILITÀ PROFESSIONALE PER RITARDO

A fronte del dato che le tumefazioni ascellari risultano maligne in 1/3-1/4 dei casi, la Corte d'appello non ha congruamente motivato la propria adesione alle conclusioni dei consulenti circa il fatto che fosse "ragionevole" presumere un disturbo infiammatorio e che "non potesse ravvisarsi un quadro sintomatologico tale da rendere prevedibile la presenza di una malattia maligna".
Per quanto emerge dal dato statistico, poiché sussisteva una probabilità tutt'altro che trascurabile (nell'ordine del 25-30%) che ricorresse una patologia maligna, la Corte non avrebbe potuto ritenere senz'altro corretta la mera prescrizione telefonica della terapia antibiotica senza spiegare perché il medico non fosse tenuto a verificare le caratteristiche del nodulo prima di escludere l’ipotesi della patologia neoplastica. La suprema corte ribadisce  il principio secondo il quale il medico, nell’ esercizio della professione sanitaria, deve necessariamente attenersi alle linee guida pacificamente condivise e che, appare senz’altro censurabile la superficialità del sanitario che omette negligentemente di adempiere alle indicazioni sulla buona assistenza medica. A parere della Corte, quindi, deve senz’altro essere mossa censura all’atteggiamento del sanitario in questione, il quale, in particolare, veniva contattato allarmisticamente dal de cuius per un linfonodo dolente in sede ascellare. Questi, si limitava a prescrivere telefonicamente una cura antibiotica, senza procedere all’esame obiettivo della paziente e senza attivare gli opportuni iter diagnostici che, ove attivati in tempo utile, avrebbero con ogni probabilità aumentato favorevolmente l’aspettativa di vita della paziente.